Comprare e dirsi addio

Sono andata in più di un concessionario per scegliere una macchina nuova e dire addio alla mia Panda. Mi si spezza il cuore a lasciarla andare, ma avrebbe bisogno di più manutenzione di quella che posso offrirle.

Su quella Panda ho caricato un materasso matrimoniale Ikea e mia sorella, guidando con la testa fuori dal finestrino perché dentro non ci stavo. Mi ci sono sposata, prima però l’ho portata a lavare.

Su quella macchina ho dormito, mangiato, mi ci sono vestita e truccata.

Con quella macchina ho fatto più di 244 mila chilometri dal 2004: ho visto il mare, la montagna, la provincia, il traghetto, prati, girasoli, la Puglia, l’amore.

Su quella macchina ho preso decisioni, fatto scelte, lasciato i pensieri sciolti, ballato, cantato tanto.

Su quella macchina ho anche pianto. Ho pianto quando imbarcava acqua, tutti erano in ferie, nessuno rispondeva al telefono e galleggiava con me dentro un parcheggio a Mazzo di Rho. Ha puzzato di cane bagnato a lungo.

Su quella macchina è salito il pollo arrosto che poi lì è rimasto perché si è scaricata la batteria; con quella macchina son salita sul carroattrezzi e mi son fatta un selfie.

Con quella macchina me la son vista brutta quando si è rotto il servo sterzo, quando si sono consumate le pastiglie dei freni sulla Bologna Milano, o sul Brinzio con la neve: io che freno, lei che scivola.

La mia Panda porta con sé un microclima suo. Un faro nato rotto. Una targa che stupiva tutti, una strisciata lungo tutta la fiancata che le hanno fatto al parcheggio dell’oratorio dopo nemmeno un mese che era mia.

Quella macchina ha girato con me per autogrill e meccanici, scoprendo che in autogrill volevano sempre cambiarmi i tergicristalli perché secondo loro ne consumavo uno a settimana, e che il meccanico voleva cambiarmi la macchina per cambiare lo specchietto che qualcuno per strada si era divertito a rompere lasciandolo penzolante. Ho capito quanta discriminazione sta in una macchina. Poi ho trovato un meccanico onesto, gentile e simpatico che mi tengo stretto e ho imparato a dire no anche a quelli dell’autogrill.

Con la mia Panda va via un pezzo di me e della mia vita. Di quando facevo teatro e caricavo scenografie, quinte, fari e copioni. Dei freni a mano nel parcheggio, di me che fumo, di noi amiche nel parcheggio sotto casa a fare nottata. Di mio padre che non sale in macchina con me perché secondo lui non so guidare. Della me sola che gira per il mondo prima molto impaurita poi troppo scafata. Di mia madre che mi regala l’indipendenza al grido di “sta attenta”.

La prima volta che l’ho vista non ho capito subito che era mia. E quando l’ho capito m’è preso il terrore di guidare una macchina nuova e di non sapere la strada per tornare a casa. Per i primi tempi l’ho lasciata parcheggiata e ho portato le amiche a vederla lì, ferma. Poi mi son detta che potevo farcela, che potevo guidare anch’io a Milano, ed è stato il tempo delle multe. Le ultime le ho prese per eccesso di velocità.

Nera fuori, gialla dentro: un’ape. Le api trascinano il nostro eco sistema, lei ha trascinato il mio in questi anni. Avanti e indietro tra l’essere figlia e il diventare adulta.

Quando mi sono convinta a cambiare, ho girato con Pier per concessionari. Da uno sono uscita strappando un preventivo ottenuto a fatica. Quando hanno smesso i venditori di fare i venditori? È finita che col passaparola ne abbiamo trovato uno che il venditore lo sa fare bene talmente bene che ho pensato a quanto sarebbe bello scrivere per il settore automotive. Ho persino comprato e letto Quattroruote.

La scelta è caduta su una macchina che avesse un bagagliaio più grande. Anche se poi finiamo sempre a riempirla tutta. E che inquinasse meno. Che si chiudesse per davvero, che la Panda non si chiude più, fa solo finta.

Se come scrive Marie Kondo gli oggetti hanno un’anima, le mie macchine l’hanno e somigliano alla mia. Disordinata, inquieta, solidale, maratoneta, solida. Comprarla nuova e dirle addio per una più moderna valeva un giro di prova. Ancora una volta ho cominciato da un parcheggio.

Finestrino giù, braccio fuori e m’è scappato di cantare.