Il destino immaginato

Sto leggendo In tempo di guerra, per caso, l’avevo lì, sul comodino, mai titolo fu più azzeccato in questo momento dove l’Italia s’è fatta rossa tutta. C’è un passaggio che dice che:

Il destino immaginato esiste. Comincia a esistere dal primo momento in cui lo pensi. Non importa se si realizza. Esiste già, quando lo pensi.

Allora pensiamolo tutti insieme un destino in salute, pensiamo che andrà meglio e che questo tempo lento farà di noi delle persone migliori. Persone che coltivano la credibilità delle parole. Avere l’opportunità di insegnare un po’ di credibilità della parola all’Università questo mese, anche se solo online, mi rende felice e grata. Mi impegnerò.

Credo che oggi uno dei grandi compiti di chiunque voglia un futuro amico sia proprio quello di diventare in qualche modo, nel suo piccolo, pontiere, costruttore di ponti di dialogo, della comunicazione interculturare o interetnica.

Lo dice Alex Langer, che non conoscevo, al discorso al Convegno giovanile di Assisi, a Natale del 1994 (che è infilato nel libro In tempo di guerra) e dice anche:

Citius altius e fortius era uno motto giocoso di per sé, era appunto per le Olimpiadi che erano certo competitive, ma erano un gioco. Oggi queste tre parole potrebbero essere assunte bene come quintessenza della competizione della nostra civiltà: sforzatevi di essere più veloci, di arrivare più in alto e di essere più forti. Questo è il messaggio cardine che ci viene dato. Io vi propongo il contrario. Vi propongo lentius, profundius e soavius cioè di capovolgere ognuno di questi termini. Più lenti invece che più veloci, più in profondità invece che più in alto e più dolcemente o più soavemente invece che più forte, con più energia, con più muscoli – insomma più roboanti. Con questo motto non si vince nessuna battaglia frontale, però forse si ha il fiato più lungo.

Bella l’idea del lungo cammino, insieme individuale e collettivo, bella l’idea di un tempo lento, ma intenso, quello che Concita De Gregorio, qualche giorno fa su Repubblica, ha definito il momento della famiglia, un momento di studio per capire se e come funziona. Quello in cui definire cosa conta, cosa importa, cosa è veramente indispensabile alla vita. Un’opportunità per parlarci, ma anche per ascoltarsi, per essere generosi, per capire cosa vogliamo che resti e per fare silenzio.

Che leva formidabile il silenzio, in questo tempo saturo di parole inutili.

La vita al tempo del virus – Il momento della famiglia di Concita De Gregorio