L’Abramovic tra tempo, corpo e stanchezza

Sono stata a novembre alla mostra di Marina Abramovic a palazzo Strozzi a Firenze, mostra che è anche un’autobiografia di questa straordinaria performer. Se vuoi vederla affrettati perché sta per chiudere.

È una mostra di una bellezza unica, sia per gli spazi espositivi sia per il racconto che fa di questa artista. Poi come succede spesso quando c’è di mezzo l’Abramovic, il pubblico interagisce con le sue opere con sguardi e azioni. Quindi sì guardi e se vuoi puoi fare delle cose.

Uscendo, dopo più di quattro ore immersa negli appunti di questa performer, mi son segnata tre cose:
– l’importanza del tempo nelle sue performance
– l’importanza del sentire con il corpo e quindi del corpo
– l’importanza della stanchezza che porta al catarsi.

Tre cose che, secondo me, fanno parte anche del mio lavoro.

Tempo, corpo e stanchezza

Il tempo come unità di misura della scrittura è una cosa di cui parlo al corso di pensieri scritti e funziona anche nella vita di tutti i giorni: meno tempo abbiamo più sapremo usarlo al meglio.

Parlo del corpo invece in tutti i miei corsi. Il corpo come:

La stanchezza è un elemento strettamente collegato al corpo. Per arrivare alla nostra vera intimità, al nostro io più profondo, il corpo dobbiamo stancarlo per fargli dimenticare anni, giorni e mesi di preconcetti, giudizi, luoghi comuni, abitudini e muri.
Abbandonato a se stesso il corpo è una meravigliosa lavagna su cui scrivere ma anche un racconto della nostra essenza più pura e salvifica, essenza che ignoravamo o abbiamo dimenticato troppo presi come siamo dalle convenzioni sociali. Hai mai provato a scrivere quando sei molto stanco?

A proposito di performance

Della mostra mi sono restate appiccicate anche tre parole, tre verbi, che fanno parte del processo di scrittura, ma anche del processo che costruisce una performance:

segno inequivocabile, per me, che l’arte della scrittura è un’arte performante, che va considerata sia nel suo svolgimento sia nel risultato.