Ho una nuova fissa, quella per le sale d’attesa. Quei posti dove la vita sembra sospesa. Quella linea tra il prima e il dopo. Quel momento in cui vuoi sapere, ma ignori.
La sala d’attesa è quel non luogo dove la gente fa amicizia, scambia due parole o uno sguardo d’intesa, dove alza il sopracciglio insieme a uno sconosciuto, dove ci si prodiga verso l’altro per raccontargli tutto quello che sappiamo per capire se lui ne sa di più.
La sala d’attesa è anche quella stanza dove per far finta di niente bisogna sembrare normali. Dove anche solo respirare ha un significato, un’interpretazione.
La sala d’attesa ha lo stesso aspetto e un aspetto diverso sempre. Porta con sé le sedie e forse una pianta. I muri scrostati o l’intonaco appena fatto. I fogli appiccicati con lo scotch alle pareti o i quadri incorniciati. L’aria stantia oppure appena cambiata.
La sala d’attesa ha i suoi rumori. Una collezione privata di rumori. C’è chi starnutisce, chi raschia la gola, chi sospira, chi batte i piedi, chi sussurra, chi parla ad alta voce, chi al telefono. C’è un tappeto di musica classica, la radio che chiacchiera o un silenzio muto, lo squillo di un telefono, le mani che tremano, il rumore degli occhi che si guardano.
A volte c’è un numero da prendere che non si capisce dove e quale, a volte basta solo accomodarsi e aspettare il proprio turno.
La sala d’attesa è carica di persone, aspettative e nervosismi. Chi ci sarà prima di me? Come andrà? Cosa avrà da dirmi? Risolverò il mio problema?
La sala d’attesa è anche quel momento quando hai firmato l’incarico e il lavoro non è ancora cominciato. Quel limbo in cui pensi che andrà tutto bene. Sai cosa farai, ti chiedi solo se piacerà.
La sala d’attesa è quando decidi di andare a correre, ma non subito. Allora aspetti e ti sembra di sentirla l’aria che ti sfiora la pelle. E passo dopo passo la caviglia affonda un po’ di più nel terreno. Il fiato si fa corto. Le gote rosse. Il corpo sempre più allenato.
La sala d’attesa è la testa che fissa il forno aspettando che sia pronto, l’acquolina che sale, il cucchiaio che rigira, le presine dimenticate, la solita scottatura.
La sala d’attesa è quell’angolo della testa in cui infili tutto quello che non vuoi fare, non subito almeno. Quello che lasci in sospeso. Quello che vorresti ma non troppo. Quello dove vedi la riga che hai tirato e ai lati c’è scritto prima e dopo, ma quel dopo non lo sai immaginare.
Nella sala d’attesa ci sei tu. Ci sono io. Mi guardo in giro e aspetto il mio turno. Penso che mi aspettino sempre cose felici, anche quando so già che non è così. Perché l’attesa è perfetta chiusa com’è nel suo spazio. E in quello che verrà c’è sempre una novità che vale la pena di scoprire, un pezzo nuovo di strada. Che poi è il motivo dell’attesa.
[Immagine www.pastelpad.com]
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