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Cosa mi porto a casa da questa estate

L’ho già detto e lo ripeto: tornare è stata durissima. Tanto che la prima settimana l’ho passata a nascondermi da tutti che volevo tenermi stretto ancora un po’ quel silenzio che ho cercato mentre ero al mare.

Non è stata la solita estate, è stata un’estate che ho aspettato due anni e che si è esaurita in due settimane, ma che porto ancora addosso.

Son partita con una caviglia da rimettere in sesto, ma forse non era solo la caviglia ad aver bisogno di una pausa. L’ortopedico mi ha consigliato di tenere il tutore, ma si è lasciato sfuggire che non c’è cura migliore della sabbia.

E sabbia è stata. Ho cominciato con una passeggiata di un chilometro alle 8 del mattino sulla spiaggia zoppicando, ho finito macinando chilometri sulle mie gambe dimenticando la distorsione, il dolore, le delusioni, la stanchezza.

Non ho pensato nemmeno una volta al lavoro – e io ho lavorato in viaggio di nozze dalla Malesia signori e signore -, ho dormito tantissimo, sono stata ammollo altrettanto, ho mangiato bene e poco. Sono tornata con qualche chilo in meno, tanta leggerezza in più, un po’ di libri letti, disintossicata dai social e con pagine e pagine scritte per me.

Mi porto a casa:

il silenzio acceso, lo sguardo piatto del mare, il rumore delle ciabatte, alcune storie nuove da archiviare in “lette”, il vento che si insinua fra le foglie e tiene lontano il caldo, il sole sulla pelle, la sabbia ovunque, un oceano di stelle. Le cose importanti.

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