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Com’è il documentario di Chiara Ferragni: cosa mi è piaciuto

Sono letteralmente corsa a vedere il documentario di Chiara Ferragni. Sono scesa da un treno arrivato da Roma e ho trascinato la valigia, il marito e me al cinema.

La prima cosa che ho pensato entrando in sala è sono sfatta.

La seconda cosa che ho pensato è che la ragazzina di fianco a me era curata come non lo sono mai stata nella vita. Perché diavolo non ho mai imparato a truccarmi? E bionda come non sono mai stata. Forse potrei rimediare.

La terza è speriamo non sia davvero un documentario da propaganda da Corea del nord.

Non lo è stato. Non fraintendermi ogni fotogramma era una réclame a un qualche brand, compresi quelli della protagonista, ma poteva non essere così visto che lei ha messo se stessa al servizio delle réclame e ne ha fatto un lavoro? 

Cosa mi è piaciuto:

  • Le scenette alla Sandra e Raimondo. Lui che deve sollevarle il velo e deve farlo bene e deve pure dirle che è bellissima. Lui che le chiede: urlandolo? Diciamocelo quei due insieme ridono. Il resto è invidia
  • L’idea che al successo ci arrivi solo se sei motivato e la motivazione di solito si chiama delusione, sconfitta, dolore, ferita, desiderio di rivincita qualunque esso sia
  • L’idea che niente arrivi senza tenere duro ed essere gentili. Chiara è gentile, l’hanno detto tutti. La gentilezza è ancora un’arma da combattimento, è bello saperlo
  • La disciplina: mentre io a dieci minuti dal mio matrimonio bevevo prosecco con le mie cugine, lei controllava l’engagement
  • Il team che va scelto e trattato bene, che va incoraggiato, che deve sentirsi parte di una cosa più grande di un’azienda: la butto lì, di una storia?
  • L’idea della donna che ce la faccia da sola: “puoi farcela non ti serve un uomo”, dobbiamo ancora dircelo? Sì, dobbiamo
  • L’idea che il mondo è cambiato e che serve una regolamentazione etica personale e globale per l’uso dei social media (nel documentario si parla di medioevo della tecnologia, io ne ho parlato con la mia amica Donata)
  • L’idea che dai social arrivino anche conforto, abbracci, consigli, sorrisi, scambio, stimoli insieme a un rumore di fondo proporzionale a quanto decidi di esporti
  • L’idea che non sempre i social equivalgono alla vita reale: c’è pur sempre una telecamera a fare da filtro: quanta bellezza, quante pose ci metti lo decidi tu
  • L’idea che puoi inventartelo un lavoro, sì anche le donne possono inventarselo e possono fare soldi, tanti soldi, e che anche coi pizzi, il latex e le foto è un lavoro
  • L’idea de La chiara che vorrei come la versione migliore di noi a cui aspirare

È stata la prima. È una delle donne italiane più conosciute all’estero. È giovane, talentuosa. È andata ad Harvard. È autoironica, sulla faccenda delle mamme e mogli che mica devono vestirsi da suore mi alzerei ad applaudirla sempre. Come si evolverà? Chi lo sa. Legge? Sì, Paris Hilton, non l’ho letto, ma non penso sia Dostojevski. Almeno era un libro a tema, tipo come diventare una miliardaria. Vogliamo trovare una critica? Forse c’era ben poco di unposted, ma c’era tanto della nostra epoca, come l’invidia, come la convinzione che la maternità sia per forza sinonimo di debolezza, come le ragazzine fuori dalla sala che si aspettavano di più (più gossip, più formule magiche, meno lusso e bellezza) o quelli che sono ancora lì a guardare il mondo com’era prima che arrivassero gli Ufo.

Poi c’è una cosa, la cosa che mi è piaciuta più di tutte. Una cosa che c’entra con lo storytelling e col raccontarsi e che si dice nel docufilm e cioè che Chiara racconta se stessa, la sua storia, ma manca la parte del conflitto: c’è l’eroe, ci sono gli aiutanti, c’è il viaggio e il lieto fine. Non c’è la rottura dell’equilibrio, non c’è l’antagonista. O forse sono gli haters gli antagonisti, solo loro gli elementi di conflitto. E ancora una volta è stata più furba di tutti noi rendendoci parte attiva della sua storia.

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