Van Gogh non disegna. Scappa da scuola. Fa il pastore, come suo padre, ma quando ci sono gli esami da fare, non li passa.
È più o meno a trent’anni che decide che vuole disegnare. E lo decide non sapendo disegnare.
I have a dream.
Comincia disegnando quei contadini con cui vive. Li disegna sproporzionati, così come gli vengono. E intanto legge dei manuali.
Non si lava, ha i capelli rossi, non è particolarmente simpatico. Amici pochi, donne meno. E poi beve.
Disegna patate, contadini, case, nature morte, mentre sogna una famiglia, una casa, un nido. Non ci mette la prospettiva, ma ha un tratto morbido, tinto di sabbia, come la terra.
Scopre il colore in Francia, lo usa pieno e lo sfuma spalmandolo sul cartone o sulla tela, che è costosa e lui di soldi non ne ha.
Ha il senso della profondità, tanto che nei suoi quadri ci si può camminare dentro. All’improvviso i prati colorano i cieli. La luna si stende sui campi.
Vincent dipinge e scrive al fratello, quel fratello che crede in lui, nonostante il suo carattere e i ricoveri, mica come la sua famiglia.
Vincent lo sa che qualcosa nella sua testa non funziona: s’è tagliato un orecchio, si fa ricoverare… Ma non basta e si spara, una notte, in un campo. Sanguinante torna in clinica e fuma la pipa, vuole aspettare Theo, suo fratello, per un ultimo saluto. Lui arriva, Vincent muore.
Da vivo ha venduto un quadro solo. Ad un’amica del fratello Theo, non una vera e propria vendita, quindi.
Vincent Van Gogh non sapeva disegnare, ma voleva disegnare. Non aveva soldi. Non aveva regole. Non aveva testa. Ha fatto i conti con i suoi difetti, e ha dipinto quello che aveva in mente, i campi, un nido, il colore.
C’è troppa gente per cui è sempre colpa della maestra, della sfiga, dell’arbitro e del giudice. Io preferisco fare i conti coi miei difetti.
— Purtroppo (@purtroppo) 4 novembre 2014
Non sapeva disegnare, però ha imparato.
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