A tredici anni scrissi una lettera a Barbara Alberti, fingendomi grande, a cui lei rispose direttamente su Amica dove teneva la posta del cuore. Natalia Aspesi, raccontando di sé quando ancora faceva cronaca, disse che se devi portare a casa il lavoro vale anche mentire (per far sì che la gente si fidi e si lasci andare in chiacchiere).
Nel lavoro ho finto fino a crederci ogni volta che è servito, provando ad evitare “l’effetto J-Ax”: quando lo intervistai scoprii un uomo normale, e non il tizio della spirale ovale dai desideri incontenibili.
Scrivendo vale tutto, bugia e verità, finzione e realismo, prolissità e sintesi. Una volta ho sentito, a un incontro intitolato La scrittura che cura, MariaGiovanna Luini e Fulvio Fiori dire che con la scrittura il mio disagio prende forma e posso guardare quello che ho scritto e riscriverlo.
Per questo vale tutto, la scrittura riscrive la realtà, la rende più sopportabile, o forse no, la rende solo più vera. Dando fiducia alla nostra voce la possiamo dirigere.
In fin dei conti scrivere significa occuparci di noi, darci fiducia e scriverne fino alle ossa.
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