Sono freelance dal 2009. Se ci penso bene è un sacco di tempo. Tempo in cui ho usato per definirmi la parola freelance e non libera professionista. Ma non lo farò più. Perché come ha detto Roberta Zantedeschi in questo video al minuto 10.31: “concettualmente l’immagine associata alla parola freelance porta in sé alcuni valori che non sono più nostri. Esempio basso costo, destrutturato, giovane, lavora da casa, non ha risorse, strumenti network”.
Costo il giusto, ho esperienza, so collaborare con un team, sono flessibile e ho un bagaglio di competenze miste, ho uno studio, risorse e strumenti per valutare se dire sì o no. Sono una libera professionista.
Ho cominciato con l’incoscienza di chi vuole guadagnare tanto e lavorare tantissimo, questa era l’idea che avevo del freelance e a volte è anche così. Non ho pensato alla burocrazia, all’organizzazione del tempo e dello spazio, alla progettualità, alla promozione di me stessa, ad inventarmi, a che clienti volevo, non sapevo cosa avrei fatto quasi dieci anni dopo. Ho cominciato e basta.
Si contano sulle dita di una mano le volte in cui ho pensato di tornare a fare la dipendente (cosa che ho fatto solo per due anni e mezzo della mia vita, in due posti diversi), sempre per motivi sbagliati legati a un momento di stanchezza.
Se tornassi indietro farei lo stesso percorso, paro paro, solo mi sforzerei il triplo nel fare amicizia. Dico sforzerei perché tendo ad essere un orso. Per me la rete è stata ed è un salvavita, nel lavoro come a casa. Al freelancecamp ci vado per le amiche. Grazie a loro scopro un sacco di cose di me che non so, belle e brutte.
Ogni tanto è durissima, va detto, ma di questo status, a conti fatti, mi piace anche la schizofrenia.
Vai col libero professionista
Da questa edizione del Freelancecamp2018 di Marina Romea porto a casa due compiti e un po’ di consigli.
I compiti:
- Togliere dai miei profili social e dal sito la parola freelance per sostituirla con libero professionista
- Cercare un cliente fisso con cui scambiare idee, scadenze, chiacchiere (non mi sono data una scadenza, perché prima voglio chiarirmi le idee su come deve essere il mio partner in crime).
Il backstage del Freelancecamp
Delle cose che ho sentito, invece, ecco una lista di cosa ti sei perso:
Il siero della Lancôme Genifique è imbattibile, l’ho scoperto in camera con Daniela e Mariachiara, mentre mostravo loro la mia ruga in mezzo alla fronte che con la tintarella resta bianca.
Su instagram è impossibile non seguire Sarah Jessica Parker, ce ne siamo innamorate sia io che Barbara, magari ti innamori anche tu.
Se ti piace il prosecco quasi sicuramente ti piacerà il moscow mule, è una mia teoria, ma tu provala.
Ti può piacere il kundalini yoga anche se non sei freak, è il riassunto di una conversazione che ho fatto nel viaggio di ritorno in macchina.
Fare le cose che ci fanno stare bene costa mille mila volte più fatica che fare quelle che ci fanno male (come meditare per esempio, ma è più facile se ti iscrivi alla newsletter di Nicoletta Cinotti).
Ce la passiamo molto peggio di quello che raccontiamo, ma senza cattiveria.
Spero tu non abbia buttato il flyer di Zandegù, io ci ho comprato Raccontarla giusta e non sai la felicità di avere un libro nuovo da leggere, gratis.
Organizzare il Freelancecamp rende sempre più fighi, basta guardare Alessandra, Silvia, Gianluca e Miriam per accorgersene. Magari funziona anche con altri eventi. Inventatene uno.
Per tutto il resto c’è il canale del Freelancecamp su YouTube, c’è anche il video del mio speech.
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