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La creatività va ascoltata

La creatività mi sta addosso da quando ho memoria. Non che io la volessi. Mica l’ho cercata. È stata lei che ha insistito. Lei che mi si è appiccicata addosso senza mollarmi. Così ho cominciato a parlare coi guardrail in autostrada, con la lancia delta di mio padre che aveva grande personalità, col topo di stoffa che m’ero cucita da sola.

Quando l’ho ascoltata, ho scritto cartolline lunghissime e con due elle alla mia amica del cuore. Temi sul mio cane Woody che non era mio, costretto mia nonna a vestirsi da lupo che io dovevo fare cappuccetto rosso, costruito vestiti di carta per i miei genitori e per i loro amici e guai a non indossarli.

Quando le ho dato retta ho spedito gli articoli al Corriere dei Piccoli col nome di mio fratello, una lettera d’amore a Barbara Alberti, recitato delle poesie tristi a chi aveva voglia di sentirle, cantato in chiesa e letto al microfono le letture, fatto buffi balletti in camera aspettando Flashdance.

Quando ho finito la creatività, ho cominciato a leggere anche il retro dei detersivi, le istruzioni per l’uso, i bugiardini delle medicine. Ho cominciato ad andare al cinema almeno una volta alla settimana, ad ascoltare musica diversa dal rock, a bere tequila, a innamorarmi.

Allora la creatività è ritornata ed era più in forma che mai e m’è venuta voglia di tornare a giocare con le bambole, di stare su un palco a dire cose di altri, di scrivere lettere d’amore e d’odio, di guardare le stelle e pensare al che ne sarà di me, di lanciare idee e fumo per aria e qualche volta anche di metterle in pratica.

Poi è di nuovo finita la creatività e ho ricominciato da capo a colorarla, definirgli i contorni, e disegnarle gli occhi, il naso e una bocca.

Così ho cominciato a correre, a pasticciare l’agenda, a parlare con le piante, a infilare le mani nella terra, a scrivere cose per gli altri, a rispondere alla posta del cuore, a immaginare quello che non avrei mai fatto, ad affrontare il nero, a tuffarmi nei miei non so. E quando è di nuovo sparita quasi non ci ho fatto caso e per un po’ non mi sono accorta che ero io a starle appiccicata e a riempirla di cose sempre nuove e insieme uguali.

Non mi sono accorta subito che cambio calligrafia come cambio me. Ma a un certo punto sì, l’ho notato. Le lettere sono diventate più grandi, più definite, più piene. Più scritte solo quando ne hanno voglia perché hanno l’urgenza di uscire.

E a un certo punto l’ho capito che la creatività ce l’hai, va solo ascoltata.

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