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le cose da fare

Ho l’impressione da dopo il lockdown di non smettere di lavorare mai: niente domeniche, pause pranzo, pausa fitness, pausa respiro. Rispondo per sbaglio solo ai call center che mi chiamano con numeri che potrebbero essere quelli di un nuovo cliente, ma poi attacco veloce o sopra a un silenzio, una voce registrata o sopra qualcuno che parla.

Non so se sia colpa dello smartworking o dell’homeoffice o del chiamatelo come vi pare ma gli spostamenti, le pause caffè, i momenti di relazione o quelli in sala d’attesa sono diventati momenti buoni per lavorare, camminando o in macchina, con le cuffie e le note aperte.

Così quando Silvia Pasqualini mi ha fatto riflettere, chiedendolo su instagram, su Qual è il tuo parametro di ricchezza, lusso? e ho risposto come tanti “il tempo libero” mi sono sorpresa a pensare che quello dovrebbe essere un diritto. Il lusso è altro.

E la mia testa ha cominciato a ripetere: paletti. Mi serve una lista di paletti.

Parafrasando Oliver Burkeman: non è quasi mai  vero che dobbiamo rispettare una scadenza lavorativa, finire cose, rispondere a un’email, soddisfare un obbligo familiare, trovare il tempo per un amico, fare esercizio, mangiare in modo più sano o qualsiasi altra cosa.
Siamo liberi di rifiutare e di accettare le conseguenze di quel rifiuto. 

No, non è un lusso nemmeno rifiutare, è un dovere verso noi stessi quando siamo troppo stanchi, stravolti, esausti adesso, ora, subito, qui.

E mi è tornato in mente il racconto di Nicoletta Cinotti:

Poi improvvisamente, è successa una cosa. Camminando nel corridoio ho guardato dentro una stanza. Era una stanza con una grande finestra. Seduta alla finestra una paziente guardava fuori. […] per un momento è come se fossi stata anch’io a guardare fuori accanto a lei. […] Per un attimo anch’io ho guardato come lei. Come lei ho visto la mia vita, le giornate, la corsa, il vuoto e il pieno. Ho visto l’assurdità del credere che sia possibile sapere dove stiamo andando e, invece, possiamo sapere solo dove ci siamo fermati. Poi è arrivata un’infermiera, che con gentilezza mi ha chiesto, “Dove deve andare?” […]  “A volte ci si perde ma vede basta seguire i segnali”, “Sì – le ho risposto – a volte ci si perde e allora bisogna fermarsi per capire dove siamo” e con un sorriso ho proseguito. 

Voglio sapere dove sto e come sto e se sono troppo stanca anche solo per capirlo, voglio scegliere di dire no e pagare l’unica conseguenza di aver fatto la scelta giusta per me in quel preciso istante che sto vivendo. E riposare testa e gambe.

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