Georges Perec scrive che lo spazio nasce dalle parole: prima è un bianco non definito, poi — quando lo nomini — diventa reale.
È un pensiero scomodo ma liberatorio: il luogo in cui viviamo non è dato una volta per tutte. Va individuato, conquistato, ridefinito. Ogni giorno.
Così dopo aver vissuto insieme da otto anni, a un certo punto abbiamo deciso di “fare casa” sul serio. Il risultato è stato che, per quasi un mese, la casa si è trasformata in un cantiere.
Disordine totale, caos fertile, quel genere di confusione che può ancora trasformarsi in qualunque cosa.
“Lo spazio è un dubbio: devo continuamente individuarlo, designarlo. Non è mai mio, mai mi viene dato, devo conquistarlo.”
— Perec
Non è forse così anche per il nostro spazio mentale?
Lo spazio — quello fuori e quello dentro — non ci appartiene mai pienamente. Possiamo solo occuparlo per un po’, provarci, fallire, riprovare.
Guardare meglio
C’è una pratica che cura, anche se non promette nessuna guarigione: osservare. Osservare davvero. Prendi un luogo qualunque della tua vita — un angolo della casa, una strada che fai ogni giorno, un tavolo, un oggetto — e prova a esaurirlo.
Descrivilo fino a sentirti ridicola.
Le crepe, le scritte, i rumori, gli odori.
Le curve e gli spigoli.
Le tracce delle persone.
Ciò che è evidente, ciò che è stanco, ciò che è rimasto invisibile finora.
È un esercizio: più guardi, meno sarai tentata di inventarti problemi altrove. È un piccolo atto di cura: scegliere un frammento del mondo e restarci dentro. Abitarlo. Esaurire i luoghi, dice Perec. Non per dominarli, ma per liberarsi dall’illusione che siano scontati.
E succede una cosa semplice: vediamo meglio.
Accettare che il mondo può essere ancora bellissimo se lo dividiamo in pezzetti piccoli e se ci concediamo la vulnerabilità di guardare, e guardare meglio, di abitare per davvero.
Scrivi di più.
Non per spiegare: per vedere.
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