Ho fatto un salto a Tempo di libri la scorsa settimana. Questa cosa di entrare in una specie di gigantesca libreria mi emoziona sempre un po’, in un’inspirazione posso tirare su tutto il profumo di libri che usando il kindle mi mancherà a più riprese durante l’anno.
Ho seguito un paio di incontri, per il resto ho camminato. Soffro ancora che l’anno scorso mi son persa la Kinsella. Quanto mi piace la narrativa rosa te l’ho già detto?
Ho preso qualche appunto su quello che ho sentito, sull’aria che tira, anche alla luce di queste elezioni, che non lo nego, assomigliavano per me a uno schiaffo in piena faccia. Uno dei miei appunti l’ho infilato in un tweet.
“Inclusione, innovazione e internazionalizzazione” @giulianopisapia che parla a #TdL18 e per me è subito nostalgia.
— simona sciancalepore (@lascianca) 9 marzo 2018
Prima di Pisapia avevo ascoltato Lella Costa parlare di femminismo. Il momento nostalgia era inevitabile.
M’è venuta persino voglia di collettivo e di liceo quando dirsi le cose in faccia era facile salvo poi piangere per giorni per le conseguenze.
Mi è sembrato che siamo tornati indietro di 50 anni a quando, come ha ricordato Lella Costa, “una donna non poteva almeno cinque giorni al mese garantire quella obiettività di giudizio integrità padronanza di sé e dei propri mezzi che notoriamente gli uomini possono non avere in qualunque giorno dell’anno”.
Perché, nonostante gli anni siano passati, tre cose sembrano continuare a mancarci per una convivenza civile, sana e propositiva:
- parlare delle cose dandogli un nome e dicendole ad alta voce
- il confronto
- l’ascolto, anche delle cose che ci piacciono di meno.
Bisogna tornare a parlare con e delle persone senza filtri e senza bugie. E chi racconta e scrive storie ha ancora una grande grande responsabilità con cui fare i conti. Un po’, lo confesso, mi sono sentita chiamata in causa.
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